di Luca M. Possati, L’Osservatore Romano, 9 settembre 2009
Non è certo una strada in discesa quella che attende il Governo di Benjamin Netanyahu. A pochi giorni dalla visita dell’inviato di Obama in Medio Oriente, George Mitchell, la posizione di Israele sulle colonie ebraiche in Cisgiordania - punto nodale delle trattative in vista di una ripresa del dialogo con i palestinesi - resta ambigua. Si è venuta a creare una difficile situazione di stallo che potrebbe compromettere l’annunciato vertice di New York, a margine dell’assemblea generale dell’Onu di fine mese, tra Obama, Abu Mazen e Netanyahu stesso.
Il settimanale diocesano Il Nuovo Giornale, nel numero del 28 agosto, ha riservato un ampio spazio al nostro pellegrinaggio in Terra Santa.
Pubblichiamo le pagine dedicate e cogliamo l’occasione per ringraziare l’inviata, Elena Eleuteri, che ha raccontato questo decimo Tour de Vie.
di Elisabetta Galeffi, L’Osservatore Romano, 1 settembre 2009
Una folla di uomini dai grandi cappelli a falde nere, di donne immerse in vestiti informi e con in testa fazzoletti pesanti legati dietro la nuca a nasconderne anche i capelli. Tutti sono affaccendatissimi. Chi discute, chi legge, chi prega, chi prepara tè e biscotti in una cucina limitrofa al grande stanzone privo di qualsiasi orpello, che è questa sinagoga di Gerusalemme.
Intervista al sociologo Paolo Sorbi, Avvenire, 30 agosto 2009
L’operazione “Piombo fuso” è durata una ventina di giorni, dal 27 dicembre al 17 gennaio scorsi, e aveva l’obiettivo di arrestare lo stillicidio di razzi Qassam lanciati dalla Striscia di Gaza contro le città israeliane a ridosso della frontiera, prima di tutte Sderot. Obiettivo primario raggiunto: gli attacchi sono sostanzialmente cessati. Ma a Gaza continua a regnare Hamas, la fazione islamista del nazionalismo palestinese, in aperta rottura con la più moderata al-Fatah di Abu Mazen, arroccata in Cisgiordania.
di Fabio Proverbio, Avvenire, 30 agosto 2009
Entrare nella Striscia di Gaza è missione difficile. Le porte d’accesso sono Rafah, in Egitto, e Erez, in Israele. La prima è un «cancello» nel deserto, distante 20 chilometri circa dal primo centro abitato egiziano. Già dai primi contatti con i militari alla frontiera capisco che questo cancello non si aprirà mai per farmi entrare. Subisco la stessa sorte degli oltre 150.000 container di aiuti umanitari bloccati a questa frontiera da un incomprensibile embargo. Ritorno al Cairo e da qui parto per Israele, per tentare di entrare da Erez.