Luigi Geninazzi, Avvenire, 23 dicembre 2009

«La riconciliazio­ne in Terra San­ta sembra esse­re un’utopia. Tutti i tentati­vi volti a raggiungere la pa­ce, sia da parte palestinese che israeliana, sono falliti. La realtà contraddice i no­stri sogni». E’ l’amara con­statazione del patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, nel suo messaggio per il Natale.

Sono tanti i sogni non realizzati, a cominciare dal­la mancanza di uno Stato per i palestinesi che «si tro­vano ancora a soffrire per l’occupazione, la distruzio­ne di numerose abitazioni a Gerusalemme Est e per le divisioni politiche interne».

Monsignor Twal punta il di­to contro il doloroso feno­meno della separazione forzata delle famiglie, con migliaia di persone che vi­vono a Gerusalemme e nei Territori palestinesi in at­tesa di ricongiungersi coi loro cari. In particolare si sofferma sulla drammatica situazione di Gaza dove «ad un anno dalla guerra la gente soffre ancora per il blocco economico e la mancanza di libertà di mo­vimento».

Ma il patriarca è preoccupato anche per il tentativo di fare di Gerusa­lemme una città ‘esclusi­va’, che minaccia la sua vo­cazione universale. E nota che «gli israeliani vivono in una grande paura che im­pedisce loro di prendere decisioni coraggiose per porre fine al conflitto. Il muro di separazione ne è l’espressione concreta».

Non mancano però segni di speranza. Il più grande è «il pellegrinaggio di pace e riconciliazione» compiuto da Benedetto XVI lo scorso mese di maggio. C’è stato qualche cambiamento in Terra Santa dopo la visita del Papa? Lo abbiamo chie­sto a monsignor Twal du­rante l’incontro che ha a­vuto ieri con i giornalisti.

«E’ stato un evento di gran­de impatto morale e spiri­tuale - afferma il patriarca - Abbiamo approfittato al massimo della sua visita che ha rappresentato un’autentica benedizione per tutti. Specialmente per noi cristiani che facciamo spesso riferimento ai di­scorsi che il Santo Padre ha tenuto in Terra Santa. Ci ha infuso coraggio, ottimismo e speranza, ci ha assicura­to la sua vicinanza e quel­la dei fratelli nella fede. Ed ha dato indicazioni precise su come avanzare sulla via della pace, sostenendo a­pertamente la soluzione dei due Stati. Ma sul piano politico non c’ è stato alcun cambiamento».

Certo è che se, dopo sessant’anni di conflitto, questa regione non è ancora in pace, «vuol dire che un po’ tutti hanno sbagliato e che dobbiamo cambiare metodo per arri­vare ad una soluzione». Ma per il capo della Chiesa la­tina qualche piccolo passo in avanti si sta facendo da entrambe le parti. E cita il blocco parziale degli inse­diamenti ebraici in Cisgiordania, ma soprattutto la nuova mentalità che sta diffondendosi tra i palesti­nesi, sempre più decisi a «fare resistenza in modo non violento».

E conclude con due notazioni positive. La prima riguarda «il mas­siccio afflusso di pellegrini, ben 2 milioni e 700 mila quest’anno, pari a quello registrato nel 2000 (prima dello scoppio della secon­da Intifada) che segnò un vero record». La seconda è «la coraggiosa decisione del Papa» di convocare il prossimo anno un Sinodo per il Medio Oriente. «Ci stiamo già preparando: la Chiesa madre di Gerusa­lemme avrà un ruolo im­portantissimo in quest’as­semblea».