Luigi Geninazzi, Avvenire, 27 dicembre 2009
Stanno sotto le tende, in mezzo a tubi arrugginiti che spuntano fuori da quel che resta delle loro case, ridotte a un cumulo di macerie. Molta gente del quartiere Abed Rabbo di Jabaliya, all’estremo nord della Striscia, vive in questo stato dalla fine della guerra. Sono famiglie di contadini che non danno fastidio a nessuno.
«Dal nostro villaggio non ho mai visto partire un solo razzo Qassam contro Israele» giura il vecchio Mohammed mentre sgrana la sua masbaha, il rosario dei musulmani. Racconta che una mattina di gennaio sono arrivati i carri armati con la stella di David seguiti dai bulldozer che in un attimo hanno spianato le case. Racconta e impreca. Ce l’ha con tutti, Mohammed: con Israele, certo, ma anche con Hamas che non ha portato nulla di buono, e con la comunità internazionale da cui non arriva nessun aiuto.
Raed Abu-Athamma è stato un po’ più fortunato. Al momento è l’unico che possiede una nuova casa. Gliel’ha consegnata pochi giorni fa l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati. Una dimora provvisoria, realizzata con il fango, nel quadro di un programma d’emergenza che ne prevede 120, a fronte di oltre 4000 case distrutte durante l’operazione “Piombo fuso”.
La ricostruzione a Gaza non è mai cominciata perché Israele impedisce l’arrivo di cemento, acciaio, vetro e altro materiale edilizio. E così i quattro miliardi e mezzo di dollari stanziati dai Paesi donatori durante la conferenza di Sharm-el-Sheikh della scorsa primavera sono rimasti sulla carta.
Stretta nella morsa di un durissimo embargo e isolata dal resto del mondo per la persistente chiusura delle frontiere, Gaza è sempre più una prigione a cielo aperto dove la povertà aumenta insieme con la disperazione. Non c’è attività produttiva, le infrastrutture sono crollate, migliaia di famiglie non hanno l’acqua corrente, l’accesso a cure mediche e ai servizi igienici si è drammaticamente ridotto. Il blocco economico imposto da Israele riguarda i prodotti “strategici”, praticamente ogni tipo di merce, ad eccezione di medicinali, beni per la sussistenza alimentare e benzina.
«Nella Striscia entrano da 60 a 100 camion al giorno, mentre il fabbisogno minimo si colloca attorno ai 500 – spiega il vice-direttore della sede Unrwa di Gaza, lo svedese Christer Nordahl –. Sono rifornimenti col contagocce, di fatto siamo in emergenza continua».
Un recente rapporto pubblicato da sedici Ong parla di «punizione collettiva» e denuncia il fallimento della comunità internazionale, «incapace di porre fine all’embargo israeliano». Se a Gaza non si muore di fame è solo perché un milione di persone, l’80% della popolazione, riceve gli aiuti umanitari delle Nazioni Unite in quanto ha lo status di rifugiato (figli e nipoti dei profughi del 1948). Il resto è al soldo del governo di Hamas come militare o poliziotto (32mila persone) oppure continua a ricevere un sussidio dal governo dell’Anp che controlla la Cisgiordania (77mila ex dipendenti pubblici).
Li si può notare mentre formano lunghe code davanti alle succursali della Bank of Palestine per ritirare i soldi inviati da Ramallah. Le strade sono sempre piene di gente che ciondola senza far nulla, i giovani passano le giornate al caffè, annoiati e depressi. Molti di loro sono ingegneri, contabili, insegnanti, senza lavoro e senza possibilità d’emigrare.
«Peggio della povertà materiale è la devastazione psicologica di chi vive chiuso in una gabbia. A soffrirne di più sono i bambini. Hanno spesso crisi di panico e sviluppano una forte aggressività – mi spiega il direttore del Centro d’igiene mentale di Gaza City, il dottor Iyad Saraj – . In passato i ragazzi si identificavano nella figura dello shahid, il martire kamikaze. Oggi non credono più nella politica, si diffonde l’uso delle droghe e aumenta la violenza a livello familiare».
Hamas ha perso popolarità, anche se resta saldamente al potere, che mantiene con pugno di ferro. L’unica opposizione, quella del movimento salafita, ancor più radicale dei fondamentalisti islamici al governo, è stata oggetto di una repressione spietata. Attorno a Hamas sono cresciuti i “nuovi imprenditori” che gestiscono il traffico illegale attraverso i tunnel sotterranei. A Rafah, all’estremo sud della Striscia, sorge quella che ironicamente viene chiamata la “zona industriale” di Gaza, un termitaio nascosto da grandi tendoni da cui esce ogni tipo di merce, comprese armi e munizioni.
C’è una sola economia a Gaza, quella dei tunnel (circa un migliaio scavati lungo i 12 chilometri di confine con l’Egitto), e c’è un solo potere, quello di Hamas. È l’effetto perverso del blocco israeliano. Per scavare un cunicolo basta pagare tremila dollari a un funzionario di Hamas, mentre dall’altra parte ce ne vogliono cinquemila per far chiudere gli occhi alle guardie di frontiera egiziane.
Ma da qualche giorno, oltre confine, sono iniziati degli strani lavori. Si vedono trivelle giallognole in movimento e corre voce che l’Egitto stia costruendo una barriera d’acciaio sotterranea fino a 30 metri di profondità. «Se fanno una cosa del genere Gaza morirà di fame», dice Abu Khalil alle prese con un montacarichi pieno di sacchi di cemento. Hamas accusa l’Egitto di «comportamento inumano». Il Cairo si difende accennando vagamente all’installazione di sensori anti-contrabbando.
Sto per lasciare Rafah quando sento dei colpi d’arma da fuoco. Qualcuno si è messo a sparare contro gli operai egiziani, la tensione è destinata a crescere. Sul fronte israeliano la calma che ha caratterizzato gli ultimi mesi è stata bruscamente interrotta ieri mattina con l’uccisione di tre palestinesi nelle vicinanze del valico di Erez. «C’è una tregua di fatto», mi conferma Abu Musaab, uno dei comandanti delle Brigate Ezzedim al-Qassam, il braccio armato di Hamas.
È il gruppo che da tre anni e mezzo tiene prigioniero il soldato israeliano Gilad Shalit, per il quale Israele sta negoziando la liberazione in cambio di un migliaio di detenuti politici palestinesi. Ma, comunque vada a finire la trattativa, non ci sarà pace con il nemico sionista. «L’operazione “Piombo fuso” ci ha aperto gli occhi – dice Abu Musaab. Non si tratta più di resistere all’occupazione, d’ora in avanti sarà guerra vera e propria. Noi ci stiamo preparando».
Parole inquietanti, che fanno presagire nuovi scontri e nuovi lutti. Abbandonata e senza cure, la ferita di Gaza tornerà di nuovo a sanguinare?
27 dicembre 2008 - La più grande offensiva dal 1967
Il 27 dicembre 2008 Israele dà il via all’operazione “Piombo fuso”, la più grande offensiva militare dal 1967, con raid aerei e incursioni terrestri contro la Striscia di Gaza. È la reazione al ripetuto lancio di razzi Qassam sulle città israeliane di confine da parte dei miliziani di Hamas, dopo la fine di una tregua durata sei mesi.
15 gennaio 2009 - Bombardata la sede dell’Unrwa
I massicci bombardanti colpiscono edifici governativi, caserme ma anche abitazioni civili: solo nei primi tre giorni si contano oltre trecento morti. Il 28 dicembre l’aviazione israeliana bombarda la sede dell’università. Il 15 gennaio 2009 viene colpita anche la sede locale dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati.
18 gennaio 2009 - Fine dei combattimenti: 1400 vittime
L’operazione “Piombo fuso” si conclude il 18 gennaio 2009. Il bilancio è pesantissimo: tra i palestinesi 1387 morti, di cui 320 bambini. Gli israeliani hanno 13 morti, di cui 4 civili e 9 militari (4 per fuoco amico). La commissione d’inchiesta Onu di Goldstone ha denunciato «crimini di guerra» su entrambi i fronti e l’uso bombe al fosforo da parte israeliana.
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