Giorgio Bernardelli, Avvenire, 4 aprile 2010
Passeranno un’altra Pasqua lontani dal Santo Sepolcro gli oltre cinquantamila cristiani palestinesi che abitano in Cisgiordania. Compresi quelli che abitano a una manciata di chilometri e che i riti nella grande basilica fino a qualche anno fa li frequentavano abitualmente.
Oggi c’è di mezzo il muro di separazione, eretto tra Israele e i Territori. E quest’anno, tra il clima di tensione e la coincidenza con la Pasqua ebraica, le maglie si sono fatte più strette.
Ufficialmente, le autorità israeliane hanno parlato di diecimila permessi rilasciati ai cristiani palestinesi per recarsi a Gerusalemme in occasione della Pasqua. Ma per molti, denunciano dalle parrocchie della Cisgiordania, si è rivelato un pezzo di carta inutile.
È quanto, ad esempio, da Beit Saour ci racconta Rifat Kassis, il coordinatore di Kairos, in una lettera-appello sulle sofferenze dei cristiani di Terra Santa firmata a dicembre da un gruppo di personalità palestinesi di tutte le confessioni.
«I diecimila permessi? Israele li presenta come ‘un gesto di buona volontà’, mentre invece sono solo il riconoscimento di un nostro diritto. E per di più vengono dati solo a qualcuno, non a tutti. Ma il punto – continua l’esponente palestinese – è che in questi giorni spesso si stanno rivelando qualcosa di assolutamente inutile. Perché, nello stesso tempo, il ministero della Difesa ha dichiarato la Cisgiordania ‘zona militare chiusa’ per tutta la settimana della Pasqua ebraica.
Parlo per esperienza diretta: mia moglie aveva uno di quei permessi, ma non le è bastato per raggiungere il Santo Sepolcro. La verità è che la nostra libertà religiosa oggi è subordinata a quella degli ebrei.»
Le stesse difficoltà le conferma anche padre Firas Aridah, il parroco di Jifna, un villaggio palestinese che si trova a pochi chilometri da Ramallah. «Dal check-point di Betlemme, quello nei pressi della Tomba di Rachele, in questi giorni non passa nessuno – spiega – . Ma anche a Qalandya, il check-point vicino a Ramallah, attraversare il posto di blocco per un palestinese è difficilissimo. Ci ho provato io stesso giovedì, insieme a un sacerdote italiano: volevamo partecipare ai riti del Giovedì Santo al Sepolcro. Abbiamo trovato centinaia di auto bloccate come noi in attesa. Dopo aver atteso inutilmente per oltre un’ora senza che succedesse nulla, siamo tornati indietro.»
«Che Pasqua è, se qui dobbiamo vivere ogni giorno il Venerdì Santo?», continua Firas. Per lui sarà la prima Pasqua nella parrocchia di San Giuseppe a Jifna. Una volta era un villaggio cristiano, oggi la maggioranza è musulmana. «Ma non è successo per via di una persecuzione – s’infervora –, qui i rapporti sono buoni. A far emigrare i cristiani è stata invece l’assenza di prospettive per il futuro, l’isolamento creato dal muro. Lo ripeterò ai miei 400 fedeli nella Messa di Pasqua: dobbiamo tener viva qui la speranza, esigendo rispetto per la libertà e la nostra dignità.»
È lo stesso spirito del documento Kairos, parola greca ripresa per indicare il ‘momento della verità’ (il testo è consultabile in italiano sul sito www.kairospalestine.ps). È il grido di una comunità cristiana che definisce l’occupazione israeliana un peccato, ma nello stesso tempo dice anche ai musulmani che la Palestina non potrà essere uno stato islamico.
«È ora di fermare tutte queste sofferenze – commenta Rifat Kassis –. Chiediamo al mondo di aiutarci.» È l’appello che in questa Pasqua 2010 in Terra Santa giunge da chi è rimasto bloccato dall’altra parte del muro.
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