Pubblichiamo l’intervento che la cantante israeliana Noa terrà domenica 30 maggio, ore 21, in Piazza dei Signori a Vicenza, prima del suo concerto che chiuderà la sesta edizione del Festival biblico, dedicata quest’anno al tema “L’ospitalità delle Scritture”.

Noa, Avvenire, 30 maggio 2010

Un gruppo di persone che condividono una comune identità culturale, ad esempio un insieme di tradizione, lingua, origini storiche e il senso di un destino comune, è normalmente definito ‘un popolo’. Per ‘appartenere’ a un popolo un individuo deve superare tre prove: 1. deve identificarsi come membro del popolo in questione; 2. deve essere riconosciuto come tale dagli altri componenti di quel popolo; 3. deve essere riconosciuto come tale dai membri di altri popoli.

Sia gli ebrei sia i palestinesi ricadono sotto tale definizione. È questo l’assunto di fondo che sta dietro l’appello al riconoscimento reciproco. Ma chi ha bisogno di uno Stato?

Il diritto individuale al perseguimento della felicità trova la sua migliore manifestazione nel principio di pari opportunità. Ma affinché l’individuo valuti, comprenda, padroneggi e sfrutti l’opportunità che gli è data, deve essere ben preparato.

La responsabilità di tale preparazione comincia in casa con i genitori. Include la lingua, le tradizioni, ecc… insomma, la cultura – o, più precisamente, la cultura dei genitori. Tale cultura è generalmente più efficace tra gli individui di uno stesso ‘popolo’. Inoltre le ‘regole del gioco’ all’interno di ogni società sono espresse al meglio dalle pratiche tradizionali. Queste, a loro volta, vengono rafforzate e poi trasformate in leggi e costituzioni nazionali.

In ogni caso, mentre le pratiche tradizionali possono vincolare a prescindere dall’indipendenza di un popolo, le leggi formali e le costituzioni sono prive di significato senza una giurisdizione territoriale. Non c’è da meravigliarsi che le società evolvano da popoli nomadi a Stati nazionali. È una manifestazione dell’aspirazione individuale ad assicurare ai figli il futuro migliore. Sia gli ebrei sia i palestinesi hanno vissuto come popoli senza un proprio Paese indipendente. In questo momento storico hanno bisogno entrambi di un governo sovrano che guidi una propria patria nazionale indipendente.

Ma come è vero che i popoli hanno bisogno di un territorio, è vero anche che i territori nel corso della storia sono sempre stati abitati da più di un popolo: ecco perché ‘nazioni’ non è sinonimo di ‘popoli’. Le nazioni nascono dalle società che vivono su un territorio.

Israele e Palestina non fanno eccezione. Sono abitati da gruppi di persone attivi e vari, tanto da essersi mischiati tra loro. La nazione israeliana non può essere formata, e non lo sarà, esclusivamente dal popolo ebraico. In realtà, la società israeliana si è misurata con questa sfida fin dal principio e, nonostante il violento conflitto tuttora in corso, ha mosso sostanziali passi avanti nella giusta direzione. Purtroppo, senza la pace fondata sul riconoscimento reciproco, la formazione della nazione di Israele non può completarsi.

Lo stesso vale per la nazione palestinese, per quanto riguarda la diversità etnica e religiosa della sua società. Il mancato riconoscimento dei diritti dell’altro, originato dalle rivendicazioni esclusive di entrambi i popoli al territorio, sembra essere all’origine della nostra incapacità di risolvere il conflitto.

È necessario che i palestinesi riconoscano il diritto di Israele a esistere in pace e in sicurezza, e il diritto del popolo ebraico a una patria nazionale in Israele. Si tratta di due punti precisi e distinti. Allo stesso modo è necessario che Israele riconosca il diritto dei palestinesi a una patria nazionale in Palestina e la sovranità del futuro Stato palestinese indipendente. Il compromesso territoriale che ne deriva è già stato illustrato e dovrebbe essere attuato come parte di un accordo generale fondato sui reciproci riconoscimenti di cui ho detto.

La questione del ‘diritto al ritorno’ dei rifugiati di guerra alle loro case dovrebbe essere risolta dal punto di vista della simmetria. Entrambi i popoli sentono di avere un ‘diritto al ritorno’. Noi suggeriamo di sostituire l’espressione ‘diritto al ritorno’ con il ‘diritto a vivere in pace entro le frontiere sicure e riconosciute della patria nazionale di ciascun popolo’.

La questione di Gerusalemme, invece, introduce il tema delicato della religione. Può essere opportuno osservare che fin dalla distruzione del Tempio ebraico da parte dei Romani Dio sembra averci dato il seguente messaggio: «La mia esistenza è relativa, non assoluta! Ci sono due forze che guidano le interazioni consapevoli nell’universo: l’empatia e l’apatia. Quando le interazioni umane sono governate dall’empatia Io vengo a essere e ogni volta che sono governate dall’apatia cesso di esistere».

Ciò significa che Dio, nel senso più profondo, è una metafora dell’empatia senza la quale nessuna società umana si sarebbe mai evoluta. Questo concetto si lega perfettamente all’idea di ‘ama il tuo prossimo’ e alla concezione di Dio come amore su scala universale, che è comune a molte filosofie e religioni nel mondo. Questa riflessione filosofica è assolutamente pertinente alla questione politica che stiamo discutendo, dal momento che Dio, in quanto espressione dell’empatia umana, non avrebbe potuto promettere a nessuno qualcosa che fosse fondato sull’apatia verso le necessità di un altro popolo!

L’empatia umana è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per diventare capaci di riconoscere, scusare e condividere, e ciò include Gerusalemme. Quando lo faremo, arriveremo finalmente alla soluzione dei due Stati. Israele, Stato ‘ebraico’, sarà la ‘patria nazionale’ per la diaspora ebraica e una democrazia pluralista per tutti i suoi cittadini; la Palestina, Stato ‘arabo’, sarà la ‘patria nazionale’ per la diaspora palestinese e una democrazia pluralista per tutti i suoi cittadini.

(traduzione di Anna Maria Brogi)