Edoardo Tincani, Avvenire, 10 luglio 2010
Ha voluto la bicicletta e, non c’è che dire, ha pedalato: 4.443 km, da Reggio Emilia a Gerusalemme. Don Giordano Goccini, 40 anni compiuti da poco, prete da 13, era partito il 26 aprile dalla parrocchia di San Giuseppe, fresco di laurea in Scienze della comunicazione.
Proprio la sessione d’anticipo con cui ha conseguito il titolo accademico gli ha liberato il «posto» per assecondare quel desiderio profondo che coltivava da tempo. Perché Gerusalemme? «Perché c’è la tomba di Gesù. Ed è vuota. È andando a quella tomba che i discepoli hanno vissuto l’esperienza della fede e l’incontro con il Risorto».
Abituato a lunghi pellegrinaggi a piedi coi giovani della montagna reggiana, stavolta don Giordano ha scelto le due ruote, anche per accorciare i tempi. «Pedalare – commenta ora al rientro – permette di assaporare la libertà della strada, riempiendosi del paesaggio. È vero che andare in bici consente anche di non fermarsi, a differenza della marcia, ma non è mai estraniante come spostarsi in macchina».
E così è partito lungo il percorso degli antichi pellegrini, da Reggio Emilia a Bari e poi imbarco per Durazzo. Qui ha imboccato la Via Egnatia, del II secolo a.C., che attraversa Albania meridionale, Macedonia, Grecia fino a Tessalonica, poi prosegue per Costantinopoli (Istanbul). Don Giordano ha quindi «tagliato» la Turchia passando dalla Cappadocia, poi per Ankara è sceso a Tarso e Antiochia. Si è fermato all’oratorio di Iskenderun pochi giorni prima dell’uccisione di monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia. Le altre tappe sono state la Siria (Damasco) e la Giordania; da Amman rotta verso il fiume Giordano e ingresso nei Territori palestinesi; Gerico e risalita a Gerusalemme, dove è arrivato il 30 maggio ed è stato raggiunto in aereo da due amici di vecchia data.
Gli ultimi giorni, fino al 5 giugno, sono stati dedicati a visitare i «luoghi del sì», com’è stata Nazareth per Maria o per i discepoli Tiberiade, dove il ciclista è approdato dopo una discesa in picchiata dal Tabor. Deserti, mari, vento, chiese rupestri e monasteri, con una media di 150 chilometri al giorno.
Don Goccini ha sempre chiesto ospitalità, incontrando le comunità cristiane locali. La sua non è stata un gita e nemmeno un’impresa di sport estremo, ma un pellegrinaggio compiuto senza perdere di vista la meta - il Santo Sepolcro - e portando nel cuore «le croci di alcune persone che mi stanno accanto, che vorrei aiutare ma non ne ho il potere. E alla tomba vuota ho veramente pianto di gioia».
Solitudine? Tanta, vissuta però come condizione serena di immersione nel viaggio. «On the road» non sono mancati i momenti di paura, come nel traffico delle superstrade turche, alle dogane più intransigenti o durante le pedalate solitarie in salita, quando branchi di cani selvatici si mettono a tallonarti. Ad Aleppo, invece, è capitata una sosta imprevista per guai fisici. Cinque giorni di stop forzato tra l’ospedale e i Frati Minori della Custodia di Terra Santa, durante i quali «ho imparato a fidarmi ancora di più», racconta don Giordano.
Nel cuore rimangono l’accoglienza sperimentata nel mondo turco e arabo, così come alcuni volti da ricordare. Come quello di don Giuliano Lonati, parroco di Samsun e successore di don Andrea Santoro per la parrocchia di Trebisonda, che dista più di 300 km; o quello di Emilio Katti, abile medico che insegue il sogno di un’università cattolica siriana.
E adesso? «Adesso è ora di lavorare », conclude don Giordano, già impegnato con il «Gr.Est» (gruppo estivo) parrocchiale. Ma con una spina nuova, «l’energia della Pentecoste, quella forza che è anzitutto pazienza, capacità di sopportare il peso delle prove senza perdere il sorriso sulle labbra».
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