di don Paolo Camminati

Quando decidi di fare un pellegrinaggio sai sempre dove vuoi andare, ma non sai mai come ritornerai.
E’ accaduto così anche per i 97 giovani della nostra Diocesi che, dal 29 luglio al 5 agosto, insieme al Vescovo Gianni Ambrosio, hanno vissuto il pellegrinaggio in Terra Santa.
Ascoltandoli durante il ritorno e leggendo le loro testimonianze, mi sono reso conto che molti avevano ben chiaro l’obiettivo che volevano raggiungere, ma che, come al solito, l’autentico incontro ha dischiuso un di più impensabile alla partenza.

Sarebbero tante le suggestioni da ricordare, ma ne vorrei segnalare tre che potrebbero interessare il lettore.

Innanzitutto, il Vangelo ha una geografia. Questi giovani, quando leggeranno o ascolteranno il Vangelo potranno collocare quelle parole, almeno nella memoria, in luoghi ben precisi; estremamente precisi, quando si parla di monti, colli, fiume e lago, un po’ meno precisi, quando si parla di Gerusalemme.
Perché è importante questo dato? Perché senza luoghi non c’è vita e il luogo non è solo lo spazio vitale che occasionalmente mi trovo ad abitare, ma è fonte di senso. Come è stato scritto sul diario del pellegrinaggio, il luogo vero non è sempre quello nel quale c’è qualcosa, ma quello nel quale “tu sei” qualcuno, ti senti parte di qualcosa. La Terra Santa è stato il luogo nel quale Gesù è diventato se stesso.

E poi è stato un viaggio che ha consentito un chiarimento. Troppe sono le incomprensioni quando ascoltiamo o, peggio, parliamo di Israele, della Palestina, della striscia di Gaza, dei Territori occupati, del Muro che divide Israele dal Territorio palestinese, ecc. Ennesima dimostrazione che l’informazione autentica non è questione di quantità, ma di qualità.
Una settimana in Terra Santa - e in particolare 4 giorni a Gerusalemme - valgono più di cento telegiornali e di mille articoli. Nella distanza tra l’ansia della mamma, che aveva paura che esplodesse una bomba, e la pace che abbiamo vissuto sui tetti del quartiere ebraico, di fronte al Muro del Pianto e alla Spianata delle Moschee ci sta tutta la complessità di una città unica e la confusione dell’uomo che tenta di raccontarla.

In ultimo, questo viaggio ci ha consentito un’amara constatazione: la difficilissima condizione che vivono i cristiani in quei luoghi. Sono pochi, hanno poco potere, se sono Israeliani (pochissimi), non sono guardati molto bene, se sono arabi-palestinesi, vivono le restrizioni di tutti gli arabi-palestinesi dei territori occupati e, in più, anche tra di loro (tra cristiani) vivono incomprensioni, soprattutto a livello di gerarchie, che li rendono ancora più deboli. “Se sappiamo che vi ricordate di noi ci sentiamo già meno deboli”, questa è la frase che mi è rimasta da un giovane cristiano palestinese che sapeva la nostra lingua.

C’è qualcuno che storce il naso quando sente parlare di una proposta di pellegrinaggio rivolta ai giovani. Lo facevo anch’io. L’esperienza, però, mi ha aiutato a capire che le parole, mantenendo il loro orientamento profondo, possono assumere anche altre significati e arricchirsi.

Un viaggio come quello che abbiamo vissuto - e che cerchiamo di proporre ogni anno con l’esperienza del Tour de Vie -, che sa tenere insieme l’esigenza della dimensione spirituale, la conoscenza approfondita e non turistica dei luoghi incontrati e la qualità delle relazioni tra le persone che partecipano al viaggio, riteniamo che sia una strada da percorre con i giovani.

Non si vince, se non si punta alto. Credo che questo insegnamento, che noi abbiamo ricevuto, valga non solo per la Chiesa, ma per tutte le altre istituzioni che devono e vogliono lavorare con i giovani.